ARTE Renzo Bellanca, un andare lieve per paesaggi di idee

Dicembre 2006

UNA PITTURA FORTE, FATTA DI SOMME, INZUPPATA DI SINTESI ESTREMA

Ha un profilo mediterraneo Renzo Bellanca, di una sicilianità per nulla corrosa dalle abituali pratiche metropolitane, appena addolcita dalle temporalità rigurgitanti dei sobborghi grandi come città. Avevo come memorizzato l’immagine del volto, complice una fotografia recente che occupa la pagina d’esordio della sua splendida monografia: gli occhi di nero intenso e i capelli increspati rimandano agli uomini raccontati da Pietrangelo Buttafuoco nel suo recente “Le uova del drago”.
Accade allora che l’incontro – ingentilito dal comune piacere di frequentare di tanto in tanto i luoghi dell’arte – è una sorta di lieta ratifica dell’immagine originaria. Lo riconosco tra i presenti e i brevi saluti di rito sciolgono di colpo il retaggio lieve di una reciproca “resistenza”. In verità questo incontro l’ho immaginato e atteso come una sorta di inevitabile bivacco del mio procedere tra i viottoli che salgono – come filari nervosi – lungo la generosa “collina della pittura”. Li vivo da anni questi sentieri incerti, sostando, rinunciando a scoprire l’epilogo talvolta, afferrando la vetta con incommensurabile – ma rara – commozione. C’è la noia del dè jà vù o l’insofferenza per il vociare rumoroso – quello che porta nebbia anziché colore – c’è la strategia maldestra di taluni e il sillabario insostenibile di altri; c’è poi, come tesoro impensato, l’appagamento per scritture indolenti eppure capaci di incidere, di pesare, di animare il racconto, semplicemente. C’è tutto ciò lungo le svolte – più o meno pigre – del mio andare. E ci sono soste di naturale compiacimento, come questa, probabilmente. Per parlare, o meglio scrivere, di Renzo Bellanca mi piace procedere lungo un crinale consolidato, quello percorso con fatale intuizione da Juan Carlos Garcia Alìa che di Bellanca pittore ha narrato il cuore – e i dintorni – di un linguaggio generosamente proprio. E lo faccio non già per conveniente citazionismo quanto invece per riprendere il viaggio da un approdo narrativo che presumibilmente non necessita di ulteriori abbuoni o suggerimenti, perché chiaro e conciliabile è quel giudizio. Scrive Garcia Alìa che “Renzo Bellanca racchiude e abbraccia tutti coloro che incarnano la pittura intesa come esperienza estrema, come impronta pesante di ogni singolo istante della nostra storia. Una pittura che non solo rappresenta, ma che è”. Quindi, continuerei, la pittura come condizione incommensurabile dell’essere. Capace addirittura di restituire agli “avanzi” del quotidiano o alle abitudini rese tali da una svagata inappetenza di idee, una propria “sorte”, un’anima o, più probabilmente, una storia. Una pittura di riepilogo incessante dove la vicenda – dell’uomo e delle idee – sembra trovare un alveo riparatore. Una pittura fatta di somme eppure – per quel suo carattere riassuntivo – inzuppata di sintesi estrema. Una pittura, ancora, come una sorta di accampamento abitato, un luogo in progress in cui depositare – sovrapponendo al pari degli anni che affamano il tempo – capitoli interi di un racconto inesauribile.
Non è un archivio delle età quello che Bellanca fornisce alla campitura riabilitando sembianze, umori, sillabe remote. Mi pare invece che le sue opere preservino – attraverso i drappeggi di biacca o le cifre di un linguaggio millenario – gli indizi di una memoria vissuta come “genetrix” e non già quale rivisitazione iconografica del remoto. Ma da reduce, quale è il suo ruolo di “precorritore” di distanze temporali, Bellanca non può non attribuire alla sua “volontà archeologica” un ruolo di precisa riflessione sul tempo presente. Le sue “stratificazioni” non occultano, non invadono, ma soprattutto non ammutoliscono il passato; sembra invece che dalle cortine cineree o di cadmio sanguigno riemergano – di continuo – zaffate di vita o il vociare, per nulla sommesso, di un mondo mai definitivamente scomparso. Una pittura penetrante la sua, come lo è quella che restituisce anche agli “avanzi” del quotidiano una propria sorte, un’anima. Come lo è il suo andare lieve per paesaggi di idee.

CHI E’

Nato ad Aragona, in Sicilia, nel 1965, Renzo Bellanca vive a Roma da oltre venti anni. Diplomatosi in scenografia all’Accademia di belle arti di Firenze, segue, quasi immediatamente un percorso professionale di chiara matrice cinematografica e teatrale collaborando con maestri quali, tra gli altri, Risi, Salvatores, Giordana, Cavani, Moretti, Ronconi. Parallelamente la pittura – e con essa la grafica e la scultura – sembra proporsi quale entità prioritaria di ricerca e di cifra linguistica. Le sue opere sono presenti, tra l’altro, nel Museo civico di Agrigento, al Moma 56 di Madrid, al Salone d’Arte Moderna di Forlì. Il 14 dicembre prossimo si inaugura una sua esauriente personale ¬– trenta dipinti di grandi dimensioni – al Museo d’arte contemporanea di Ourense in Galizia.